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ABOUT "MILVA CANTA MERINI"

    L'Eco di Bergamo
17.03.2004
di Pier Giorgio Nosari

LA POESIA DELLA MERINI SA PARLARE A TUTTI
Milva ha inciso un nuovo disco dove mette in musica le liriche della poetessa dei Navigli «È uno dei grandi incontri della mia vita. Abbiamo due caratteri forti, e lei un bel senso dell'ironia»



Nostro servizio
MILANO Milva canta Merini, e il pubblico accorre. Ma il concerto di presentazione del Cd di Milva tratto dalle liriche di Alda Merini, lunedì sera al Teatro Strehler, è andato al di là delle solite «vernici» o dei consueti debutti. C'è un'emozione diversa, palpabile, addirittura elettrica quando sul palco si presenta la grande poetessa. Sul palco che ha fatto in tempo a vedere lavorare insieme Milva con Giorgio Strehler, a cui la cantante ha dedicato il concerto.
Dopo 10 anni, dopo aver interpretato il repertorio di artisti come Brecht e Theodorakis, lei torna a pubblicare un Cd in Italia e lo dedica alle liriche di Alda Merini. Come è nata questa collaborazione?
«È cominciato tutto due anni e mezzo fa, anche se l'idea di musicare le poesie della Merini è nata cammin facendo. All'inizio c'era soprattutto il mio desiderio di tornare a propormi al pubblico italiano, dopo un lungo periodo in cui avevo registrato dischi solo all'estero, uno in francese e due in tedesco, e mi ero dedicata ai concerti. Dapprima, il produttore Mario Ragni mi aveva proposto un disco pop. Io, però, non ne ero convinta».
Perché?
«Per tanti motivi, per la mia età, per la mia voce. Soprattutto, sentivo l'esigenza di qualcosa di nuovo. Avevamo cominciato a provare su brani di alcuni giovani autori e su alcuni testi di Giorgio Faletti, un autore, uno scrittore, che stimo moltissimo. Poi, la svolta».
Cosa è successo?
«Un giorno abbiamo ascoltato due incisioni di Giovanni Nuti. Aveva musicato due liriche della Merini: “Gli inguini” e “Ero un uccello”, che poi abbiamo inciso con il titolo “L'albatros”. Mi parvero perfette già al primo ascolto: era esattamente quello che volevo. A questo punto è subentrato il produttore Mario Limongelli: in un primo tempo, comunque, l'idea era di produrre un disco con sei brani della Merini, musicati da Nuti, e sei di Faletti».
Poi è di nuovo cambiato tutto.
«Sì, perché Giorgio, dopo aver ascoltato “Gli inguini”, mi ha spinto a continuare in questa direzione. Con generosità, un'umiltà che gli fa davvero onore, ha ritenuto che le liriche della Merini non potessero essere affiancate da altro».
Sono passati due anni: come è stato lavorare con Alda Merini?
«Bellissimo e difficile allo stesso tempo. Abbiamo due caratteri forti, lei ha questa ironia fortissima, da persona che si difende, perché è sensibilissima. Lei ha un estremo bisogno d'amore e di tenerezza. È una donna che ha amato molto, che sa amare moltissimo. E le sue liriche sono splendide».
Immagini che qualcuno le chieda un consiglio per le sue letture: cosa direbbe per convincerlo a leggere l'opera della Merini?
«Parlare di poesia è molto complesso, è qualcosa che è dentro di te. Penso che sia l'arte più difficile da leggere e da spiegare... I versi di Alda suggeriscono una grande concentrazione, ma al tempo stesso sono immediati. Pensi all'inizio de “La terra santa”: “Ho conosciuto Gerico, / ho avuto anch'io la mia Palestina, / e le acque limpide del Giordano”. È qualcosa che tutti comprendono, che posso capire anch'io, che pure ho avuto una vita diversissima. Racchiude un'esperienza personale che è anche di tutti noi. Sta qui la sua grandezza».
Da Brecht alla Merini, dalle musiche di Weil al pop raffinato di Nuti: un bel salto.
«Credo che Nuti abbia grande talento. Nel Cd ci sono, in particolare, un paio di brani molto belli, penso soprattutto a “L'albatros”. Penso che si tratti di pagine importanti della musica italiana contemporanea. Spero che Nuti sappia mantenere l'umiltà e la voglia di studiare, perché ha delle notevoli qualità».
E la Merini?
«È uno dei grandi incontri della mia vita. Io ho avuto il privilegio di lavorare con tre grandi artisti: Giorgio Strehler, Luciano Berio e Astor Piazzolla. Ho imparato tantissimo. E ho avuto la fortuna di incontrare l'opera di Brecht e Kurt Weil. Ora sono orgogliosa di ripropormi sul mercato discografico italiano con un'opera tratta da Alda Merini. Sono convinta possa suscitare l'interesse di molte persone, anche se sono anni che non pubblico in italiano e la tv mi ignora...»
È così importante?
«Nella nostra società, sì. E poi è importante promuovere un disco nuovo, soprattutto se presenta aspetti originali come questo. Molte persone non possono andare ai concerti, anche solo perché abitano lontano dalle grandi città e hanno difficoltà di spostamento. Queste persone spesso possono solo vedere la tv, che sembra avermi escluso. Addirittura sento un direttore di rete sostenere che gli ascolti si abbassano quando vanno in onda le canzoni: mi viene voglia di vedere se non dipende dalla qualità delle proposte».
Questo non è un disco pensato per un pubblico «di massa». Pensa che in tv funzionerebbe?
«Il pubblico non è sprovveduto come si crede, anzi. Sa riconoscere il valore e l'autenticità di una proposta. E c'è un pubblico che è cresciuto con le canzoni mie e degli artisti della mia generazione: penso che avrebbe piacere di rivedermi in veste diversa. Non credo proprio che la “vecchia guardia” della canzone italiana sia quella che ha sfilato a Sanremo».
Lei gira molto in teatro: quali sono i prossimi progetti?
«Parteciperò a due opere contemporanee in Grecia, in occasione delle Olimpiadi. Sono progetti a cui credo moltissimo. E in autunno debutterò in una nuova opera a Piacenza, tratta da “Il fantasma di Canterville” di Oscar Wilde. E poi mi piacerebbe recitare in teatro: dopo l'ultimo concerto dedicato a Brecht, Strehler mi disse che ero pronta: “Puoi fare quello che vuoi”, mi disse».

© L'Eco di Bergamo

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