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ABOUT "PETER UNCINO" BY MARCO TUTINO
AND MICHELE SERRA
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La
Repubblica
26.11.2001
by Laura Putti |
SORPRESA MILVA: DOPO BRECHT E' UN PERFETTO
CAPITAN UNCINO
VERONA il più originale Capitano Uncino
è una donna, una signora. E' Milva. E se, com'ebbe a dichiarare
su queste pagine, la cantante decidesse di terminare la carriera
proprio nei panni del pirata di Barrie, la sua sarebbe un'uscita
di scena a dir poco sontuosa. Arrogante, aggressiva, seduta in cima
a una montagna di tessuto rosso (il corpaccione del Capitano, metafora
della sua potenza), Milva ha debuttato in Peter Uncino, "dialogo
concertante"in un atto, musiche di Marco Tutino e testi di
Michele Serra, la regia di Giorgio Gallione (prodotto dalla Fondazione
Arena con il Teatro dell'Archivolto di Genova dove sarà in
scena dal 29 al 2dicembre).
Strano pubblico, sabato sera al Filarmonico: quello delle prime,
non giovane e molto impellicciato, e quello dei trenta-quarantenni
assai casuali, attirato dal nome degli autori. Strane anche le reazioni:
minime risate alle battute, se pur efficaci; un solo stiracchiatissimo
applauso a scena aperta, al termine di una delle cinque canzoni
di Milva, ma una vera interminabile ovazione finale.
Dopo che l'Ombra, Riccardo Maranzana, con in mano una lisca di pesce,
comunica di voler a tutti costi ritrovare il suo Peter Pan perduto
da un secolo, il sipario si apre sull'Isola che non c'è.
Peter è lì con le orecchie a punta (finte), un po'
di calvizie e la corpulenza non più infantile (vere) di David
Riondino. S'aggira senza posa sotto la montagna di tessuto rosso
la cui cima è la feluca nera e piumata di Capitan Uncino.
Sul palco a sinistra, su una pedana, suonano i Tangoseis, ensemble
con bandoneon e pianoforte; nella buca c'è l'Orchestra dell'Arena
di Verona diretta da Massimiliano Caldi. E' attraverso più
linguaggi musicali e più piani dialettici che Serra e Tutino
raccontano la loro storia, che da quella di Barrie (1904) mutua
soltanto i due protagonisti. Peter e il Capitano sono stavolta a
servizio di un'altra metafora: il bambino che non voleva crescere
oggi vuole diventare adulto. Di più: vuole essere arrogante
e potente, vuole avere un cappello di piume e un abito grande come
una montagna. Vuole diventare Uncino. E ci riuscirà sfidando
a duello il suo eterno antagonista, perdendo come lui una mano,
rimpiazzata dallo stesso uncino, ma sedendo alla fine con lui sulla
stessa poltrona, feluca in testa, mentre Milva, tornata la Rossa,
scioglie le chiome e canta L'isola che c'è.
Nonostante le musiche leggere tanghi e marcette, flauti percussioni
e bandoneon, ben diverse da quelle del Tutino compositore di opere;
nonostante Riondino sia divertente con quel suo cappellino ("Questo
sfottò di cappello, questa minima protesi della virilità")
e Milva proprio buffa vestita da uomo con baffi e parruccone, incredibilmente
più a suo agio che come Lulu, Jenny delle Spelonche o Maria
de Buenos Aires, sul palco aleggia un senso di morte. Teschi e corvi
dappertutto, e un piccolo albero secco di un inverno ormai eterno
(scene e costumi di Giovanna Buzzi). La sconfitta dei sogni e degli
ideali, l'abbandono all'ambizione e la presa del potere, non fanno
la felicità. Il messaggio questa volta è davvero chiaro.
© La Repubblica
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