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GLI ANNI
'60
Al 1961 risale
la consacrazione presso il Festival di Sanremo, la principale manifestazione
canora popolare italiana. Qui Milva rivela le sue eccezionali doti
vocali e la sua vigorosa energia espressiva con un brano di fattura
melodica firmato da Lattuada, La Valle e Rolla, "Il mare
nel cassetto", con il quale ottiene il terzo premio. Sin da ora
emergono con chiarezza le caratteristiche anche cromatiche di quella
voce che, come scriverà Sandro Bolchi, ricorda il tuono, con
i suoi colori neri e fondi, che evocano la notte.
L'anno successivo, viene segnalata dalla critica discografica
come "cantante dell'anno" e partecipa alla realizzazione
del film "La bellezza di Ippolita", accanto a due attori
di grande prestigio come Gina Lollobrigida ed Enrico
Maria Salerno.
Sempre nel 1962, Milva presenta al Festival di Sanremo il
"Tango italiano", un brano "anfibio" intriso di
venature jazzistiche e la sua performance viene salutata dalla critica
come la nascita di una nuova Edith Piaf.
In questo periodo si verifica una svolta interessante nel suo approccio
alla canzone che, per molti aspetti, anticipa il futuro rinnovamento
di repertorio e le coraggiose scelte che si troverà a compiere nel
giro di pochi anni.
Milva decide di interpretare, accanto ai brani di matrice più convenzionale
e tradizionale, testi desunti dal patrimonio folk italiano, spirituals
in stile afroamericano, gospels di spiccata intonazione sociale e
religiosa e canzoni di protesta, in cui il testo assume un significato
preciso di rivendicazione anche politica e esistenziale.
In questo ambito di trasformazione si inseriscono due album, "Canzoni
del tabarin" e "Canzoni da cortile".
Il primo, fortunato, incontro con il Piccolo Teatro di Milano, centro
culturale, mobilitato nella ricerca drammaturgica d'avanguardia,
avviene nel 1965, quando Milva incide i "Canti della
Libertà".
Questo repertorio la condurrà verso brani fortemente storicizzati
come "La Marsigliese" (l'inno francese di Rouget de
Lisle) o come "Addio Lugano bella", del poeta anarchico
Pietro Gori, fino alla celebre canzone "Per i morti di
Reggio Emilia", dove Milva si cimenta con la scrittura tagliente,
pedagogico-esistenziale e razionale di Fausto Amodei, uno
dei fondatori del "Cantacronache", un' importante
esperienza poetico-musicale di ricerca aperta ai contenuti drammatici
della cronaca e influenzata dallo stile di Georges Brassens
e degli "chansonniers" francesi.
Paolo Grassi, autorevole protagonista dell'attività creativa
del Piccolo, invita Milva a interpretare i "Canti della Libertà",
in occasione del XX anniversario della Liberazione dal Fascismo.
Da qui prende l'avvio la proficua e trentennale collaborazione con
Giorgio Strehler, regista influenzato dalla lezione di
Brecht e Jouvet e fortemente impegnato nel rilancio di
una funzione politico-civile e pubblica del teatro.
Dopo aver svolto un ruolo centrale nel recital "Ma cos'è questa
crisi?" con la regia di Maiello, sempre al Piccolo Teatro
di Milano e, succesivamente, in vari teatri italiani, Milva viene
diretta da Strehler, in un recital dedicato alle poesie e alle
canzoni di Bertolt Brecht, affrontando un genere lirico-musicale
estremamente complesso e articolato, non solo dal punto di vista dei
contenuti, ma anche sotto il profilo musicale e drammaturgico.
Si tratta, infatti, di una dimensione teatrale del tutto particolare,
in cui l'attore non deve più indurre lo spettatore ad una partecipazione
illusoria, trascinandolo all'interno della suggestione scenica. Al
contrario, secondo l'estetica brechtiana, che Strehler diffonde
e trasmette a Milva, l'attore deve raccontare, preparare e rammentare
una situazione, mostrandola e riproducendola, in modo non più assoluto
ma parziale.
Si tratta di una prova ardua che mette in evidenza la propensione
innata di Milva al continuo approfondimento stilistico e culturale
e ad una incessante trasformazione di sé, del suo approccio ai testi
e alla rappresentazione scenica.
Grazie all'opera di reimpostazione e di orientamento svolta da Strehler,
Milva, si offre con umiltà, rigore e impegno ad uno studio progressivo
e sistematico, che durerà, ininterrottamente, fino ad oggi.
Nel 1967, al Piccolo Teatro di Milano, Milva debutta con il
recital "Io, Bertolt Brecht", al fianco di Strehler,
regista e attore, guida e protagonista.
L'anno seguente la vede impegnata in una nuova, difficile prova, che
conferma la duttilità del suo carattere artistico e la sua capacità
di muoversi con disinvoltura ed eleganza in un ampio orizzonte di
generi e di forme espressive.
Nel 1968, infatti, si orienta verso il teatro di prosa, inoltrandosi
nei sentieri tutt'altro che semplici della ricerca linguistica, affrontando
il "Ruzante" di Gianfranco De Bosio, con il quale
farà una tournée, nell'Europa del Nord. A Roma, nello stesso anno,
con la regia di Strehler, aderisce ad una interessante iniziativa
teatrale, che svolgerà un ruolo di rilievo nel panorama culturale
italiano: Milva partecipa attivamente al gruppo "Teatro e Azione",
nell'ambito del quale si esibisce con un'altra opera di forte impatto
ideologico e letterario: "La cantata di un mostro lusitano"
di Peter Weiss che, radicalizzando in forma estrema le istanze
polemiche e didattiche del teatro epico brechtiano, denuncia aspramente
la politica coloniale portoghese e qualunque forma di violenza e di
imperialismo.
Milva acquista, così, un ruolo significativo all'interno del progetto
estetico coordinato da Strehler, che tenta di intrecciare elementi
popolari italiani e modelli europei, mettendo sempre in rilievo la
dimensione storica del "testo".
Nel 1969, Milva riceve la "Maschera d'Argento"
come riconoscimento ufficiale per "Angeli in bandiera",
la commedia musicale di Garinei e Giovannini, che
la vede recitare accanto a Gino Bramieri, e che non smentisce
affatto la versatilità poliedrica e lo stupefacente eclettismo del
suo talento e della sua densa vocalità.
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