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GLI ANNI
'80
Nel 1980, Milva ottiene il secondo disco d'oro
in Germania per l'album "Was
ich denke". Inizia, in questo periodo, l'interessante sodalizio
artistico con Enzo Jannacci, uno dei cantautori italiani che
ha cercato di ampliare gli orizzonti della canzone d'autore, agganciandola
all'esperienza cabarettistica e rappresentando l'emarginazione metropolitana,
con accenti che sfiorano un surrealismo drammatico e spaesato, spesso
incline all'irrazionalità e all'umorismo, in una interessante miscela
rock-folk e "soul". E' proprio Jannacci l'autore
dell'album "La Rossa", in cui troviamo l'omonima canzone,
dove la tematica biografica ed esistenziale viene come riassorbita
da una visione trasfigurata, metaforica, vivace e colorata, autoironica
e profonda. Milva si immerge integralmente nel ruolo e diventa, per
antonomasia, "la rossa".
L'album realizzato da Jannacci segna un'ulteriore svolta nel
repertorio di Milva, aprendo nuove, interessanti possibilità di evoluzione.
Nel 1981, Milva è protagonista, alla "Deutsche Oper"
di Berlino, con "Die sieben Todsunden der Kleinburger" ("I
sette peccati capitali"), di Brecht e Weill, esplorandone
nuovi aspetti e scoprendone altre sfaccettature. Milva presenterà
l'opera al Regio di Torino, all'Accademia di Santa Cecilia, a Roma,
al Teatro Comunale di Firenze, all'Opéra Comique di Parigi e nei più
importanti teatri europei. Per la RAI, conduce "Al Paradise",
il varietà del sabato sera, con la regia, sempre innovativa e dinamica,
di Antonello Falqui. Lo spettacolo verrà premiato l'anno successivo
con la "Rosa d'Oro di Montreux". Nel frattempo, riceve il
terzo disco d'oro, sempre in Germania, per l'album "Ich hab keine
Angst", dove interpreta magistralmente musiche firmate da Vangelis,
compositore impegnato nella ricerca strumentale e capace di creare,
attraverso l'uso funzionale delle tastiere, atmosfere grandiose di
matrice sinfonico- orchestrale. E' proprio Vangelis l'autore
del famoso brano "To the unknown man", che, in francese,
diventa "Moi je n'ai pas peur", in tedesco "Ich hab'keine
Angst" e, in italiano, "Dicono di me", uno dei pezzi
più significativi del repertorio di Milva, ma anche un grande successo
discografico.
Vangelis scrive per Milva molti brani originali e raffinati
che rivelano le caratteristiche essenziali del suo stile compositivo,
spesso incline ad una immersione visionaria, ipnotica e sofisticata
nello sperimentalismo elettronico e polifonico. L'ultima Carmen, con
il testo di Massimo Gallerani e la citazione inter-testuale
di Bizet, è un ottimo esempio di questa sensibilità espressiva
aperta al confronto culturale e alla compenetrazione dei modelli.
Costante, nell'opera di Vangelis, rimane, infatti, la capacità
di fondere elementi molto distanti tra loro, in una realtà sonora
e ritmica che viene costruita e "re-inventata", di volta
in volta, in un insieme di blocchi elettronici e sintetici. La forza
di Milva sta nella volontà di stabilire un dialogo con la fantasia
musicale di Vangelis, mantenendo la propria identità artistica,
caricandola di nuovi significati estetici, sempre in sintonia con
la modernità, ma senza cedere mai ad una facile banalizzazione in
senso commerciale. In Vangelis, il richiamo accattivante e,
spesso, minimalista alla classicità (soprattutto nella solennità imponente
degli arrangiamenti) o alla spiritualità di sapore vagamente "New
Age", definisce un aspetto decisivo di quella ricerca strumentale
e sonora a cui Milva ha sempre guardato con estremo interesse. Anche
in questo caso, come vedremo tra poco, quando ricorderemo l'importante
collaborazione con Franco Battiato, la disponibilità di Milva
all'ampliamento dell'orizzonte comunicativo e compositivo è totale
e le consente una partecipazione attiva ai processi di trasformazione
della grande canzone d'autore e della musica sperimentale europea,
negli ultimi vent'anni.
Nel 1982, infatti, Milva instaura un prestigioso rapporto
di collaborazione con Franco Battiato, che scrive per lei
i brani dell'album "Milva e dintorni", tra cui non possiamo
dimenticare la celeberrima "Alexanderplatz", una canzone
che è, in realtà, una successione di flash, una sorta di montaggio
filmico, che raffigura, con accenti quasi impressionistici, l'atmosfera
e la vita quotidiana a Berlino Est, in una città spezzata, sullo sfondo
della guerra fredda e delle sue minacce. Ma dell'incontro con
Battiato e con la sua musica "cosmopolìta", aperta
alla meditazione filosofica e all'esperienza delle avanguardie europee,
parleremo in modo più approfondito successivamente.
Sempre nel 1982, Milva torna al fianco di Strehler, nel loro
collaudato récital brechtiano, presso il "Théatre Odéon"
di Parigi.
In questa fase della sua carriera, assume un'importanza fondamentale
il rapporto artistico con Luciano Berio, esponente di rilievo
della musica colta e "seriale" contemporanea, specializzato
nella rielaborazione sperimentale di modelli molto diversi tra loro,
dalla dodecafonia alla musica atonale, dalla musica elettronica a
quella popolare, con particolare attenzione, inoltre, alla dimensione
fonica del materiale sonoro: anche la voce di Milva, intessuta di
colori e capace di sottolineare le minime sfumature emotive, diventa
oggetto dell'esplorazione del maestro Berio.
Ancora una volta, Milva mostra coraggio e acutezza, nella scelta ponderata
del suo repertorio, affrontando, con grande consapevolezza, un percorso
di crescita incessante.
Il sodalizio con Berio è altamente significativo e conduce
Milva ad affrontare il testo di Italo Calvino, poiché Berio
le affida un ruolo di primo piano nella sua opera "La Vera Storia",
che, dopo essere stata rappresentata alla Scala di Milano, viene ospitata
anche dall'Opéra di Parigi, dal Maggio Musicale Fiorentino, dall'Opera
di Amsterdam, dall'Accademia di Santa Cecilia a Roma e, successivamente,
dalla Royal Festival Hall, a Londra.
Nel 1983, Milva torna all'Olympia di Parigi, il tempio "sacro"
della musica francese, dove aveva debuttato, giovanissima, nel 1962,
accolta da Bruno Coquatrix.
E', inoltre, co-protagonista con Nicole Garcia e Heinz
Bennent, di "Via degli Specchi", di Giovanna Gagliardo
(autrice, tra l'altro, del film "Caldo soffocante"), con
il quale partecipa al Festival del Cinema di Berlino.
Un anno dopo, Milva, perennemente sospesa tra cinema, musica e teatro,
arriva a Los Angeles e offre al pubblico americano la sua eccellente
interpretazione dell'impervio testo brechtiano, insieme alla Compagnia
del Piccolo Teatro di Milano, in occasione delle Olimpiadi.
Al Teatro "Les Bouffes du Nord", è chiamata da Peter
Brook, regista fortemente ispirato all'esperienza brechtiana e
al "teatro della crudeltà" di Antonin Artaud.
Con la collaborazione di Brook, Milva crea lo spettacolo "El
tango", diretta dalla regia sempre vigile e minuziosa di
Filippo Crivelli. Protagonista accanto a Milva è il grande suonatore
argentino di bandoneon Astor Piazzolla.
Piazzolla, uno dei geni della musica contemporanea, è un raffinatissimo
musicista che ha delineato la nuova identità del tango, emancipandolo
dagli schemi nazionalistici e folklorici tradizionali e innalzandolo
ad un livello altissimo di consapevolezza, attraverso una complessa
mescolanza e sovrapposizione di modelli, dall'opera di Stravinskij,
sospesa tra "cubismo" e neo-classicismo, alle tensioni del
jazz: Milva partecipa attivamente alla diffusione della musica piazzolliana,
diventandone la voce prediletta, in tutto il mondo.
Astor Piazzolla diventa un punto di riferimento essenziale
per Milva, che assume su di sé la grandezza e la densità simbolica
del suo tango e, traendo forza dalla preziosa lezione strehleriana
e brechtiana, interpreta, con originalità e misura, i testi surreali
e visionari di Horacio Ferrer, il realismo ironico e "pittorico"
di David Mc Neil, i suoi giochi fonetici, ma anche le parole
"engagées" di Maxime Le Forestier e le metafore
evocative dello scrittore Jean-Claude Carrière (sceneggiatore
di Bunuel) o di Claude Lemesle, raffinato intellettuale
della "nuova" canzone francese (paroliere di Juliette
Gréco e di Serge Reggiani).
Nel 1985, viene inciso l'album "Milva e Astor Piazzolla live
at the Bouffes du Nord", dove l'arte di Piazzolla appare
in tutta la sua dirompente forza espressionistica, che supera il realismo,
raggiungendo, attraverso dissonanze, contrasti ritmici e voli pianistici,
una dimensione spesso "metafisica" e trascendente, un respiro
epico-universale, in cui la politonalità della musica diventa metafora
delle storie oscure o "marginali" descritte, a rapide pennellate,
da Horacio Ferrer e scandite dal canto sensuale e multiforme
di Milva.
Con Juliette Binoche,Michel Piccoli e Michel Serrault,
Milva gira il film di Jacques Rouffio, "Mon beau frère
a tué ma soeur".
Nel 1986, ripropone sulla scena londinese il repertorio brechtiano,
presso l' "Almeida Theatre".
E', inoltre, invitata, a Mosca, in qualità di "rappresentante
della cultura italiana". Nella nuova rappresentazione strehleriana,
assume di nuovo il ruolo di Jenny delle Spelonche, nell' "Opéra
de Quatt'Sous", al Théatre Chatelet, a Parigi, dove, per sei
mesi, registra il "tutto esaurito".
Nel 1987, il Teatro "Queen Elisabeth Hall" di Londra
la invita, per i "Sette peccati capitali" di Brecht.
E' ospite, insieme a molti artisti tedeschi, allo spettacolo che celebra
la fondazione di Berlino, in occasione del suo anniversario.
L'anno successivo, Milva è membro della giuria, al "Festival
Internazionale del Film" di Locarno. Partecipa, quindi, al film
di Kristoff Zanussi, "Wherever you are".
Un'altra felice incursione nel mondo del nuovo cinema la porta a Parigi,
dove gira "Prisonnières", con Annie Girardot,
Marie-Christine Barrault e Bernadette Lafonte, per la regia
di Charlotte Silvera.
In autunno, ritorna alla Scala di Milano, con Luciana Savignano,
nel dramma coreografico di Roland Petit, "L'angelo azzurro",
tratto dal romanzo di Heinrich Mann, con musiche di
Marius Constant.
Milva è, così, testimone e protagonista di una brillante fusione tra
l'arte coreografica di Roland Petit, capace di passare con
la stessa agilità da Auric a Rossini, da Schubert
a Schönberg, e l'invenzione melodica di Marius Constant,
compositore interessato allo studio inter-disciplinare dei meccanismi
di improvvisazione, all'analisi del lavoro collettivo e ai moderni
procedimenti della cosiddetta "musica aleatoria", basata,
cioé, su elementi casuali, indeterminati e, appunto, improvvisati.
Anche in questo caso, il risultato è eccellente e mostra la completezza
dello stile di Milva, la sua intelligente capacità di scelta del repertorio,
sempre più mirato e selettivo.
Poco dopo, riprende con Astor Piazzolla "El tango",
in vari teatri europei: ormai Piazzolla e Brecht sono parte integrante
e ineliminabile del repertorio di Milva e sistematicamente vengono
riproposti, ben oltre i confini nazionali.
Per la Decca International, incide "Die Dreigroschenoper",
con Ute Lemper, René Kollo e Mario Adorf.
Esce in questo periodo (1989) il disco "Svegliando l'amante
che dorme", il secondo album realizzato da Franco Battiato,
in collaborazione con Giusto Pio e con un altro pioniere della musica
sperimentale: Juri Camisasca (l'opera verrà incisa anche in lingua
spagnola). In quest'album, come nell'altro "Milva e dintorni"
(1982), ritroviamo, arricchite dalla personalissima lettura di Milva,
le caratteristiche essenziali della ricerca compositiva di Battiato,
la sua curiosità espressiva, il tentativo di recuperare la purezza
originaria dei suoni anche elettronici, a cui Battiato unisce, spesso,
il richiamo classico a Bach e a Schumann o all'opera
di Stockhausen, in una visione cosmica e spirituale, largamente
improntata all'esoterismo di Guénon, alle opere di Gurdjieff
e al misticismo sufi. In quest'album, sono particolarmente interessanti,
dal punto di vista della scrittura e della melodia, brani come "Atmosfera",
"Una storia inventata", "Le vittime del cuore",
"La piramide di Cheope" e "Potemkin", che, attraverso
un elegante intreccio di simboli, di rimandi letterari e di audaci
contaminazioni filosofiche, creano veri "giochi linguistici",
dove le frasi, come fossero collages, sono associate tra loro, secondo
una precisa logica di sintesi (lo vediamo anche nella canzone "Tempi
moderni", nell'album dell'82).
La voce di Milva aderisce perfettamente alla forza innovativa e alla
tensione della scrittura ermetica, "associativa" e sapientemente
ludica di Battiato, che sembra, così, trarne una risonanza speciale
e personale.
Lo stesso anno, con i "Sette Peccati Capitali", Milva apre
la stagione sinfonica, alla Scala di Milano.
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