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PETER
UNCINO
Liberamente tratto da "Peter Pan"
di J. M. Barrie
Testo: Michele Serra
Musiche: Marco Tutino
Editore proprietario Casa Musicale Sonzogno di Piero
Ostali, Milano
Regia: Giorgio Gallione
Personaggi ed interpreti
Capitan Uncino: Milva
Peter Pan: David Riondino
L'Ombra: Nicola Alcozer
Musiche eseguite dall'ensemble Tangoseis:
Gilberto Pereyra bandoneon
Mauro Rossi /Silvia Nandolin violino
Vicky Schaetzinger pianoforte
Mauro De Federicis chitarra
Franco Finocchiaro contrabbasso e basso elettrico
Roberto Desiderio percussioni, vibrafono
Scene e costumi: Giovanna Buzzi
Luci: Pietro Ferraris
Allestimento scenico co-prodotto con la Fondazione Arena
di Verona
Informazioni: tel. 010 6592.217
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Liberamente ispirata alla
saga di Peter Pan creata da J. M. Barrie, una delle favole e dei testi
teatrali più avvincenti del nostro secolo, Peter Uncino è
uno spettacolo ambientato su un'Isola che non c'è ormai disabitata
e desertica, popolata soltanto da neri corvi mummificati e dai protagonisti
dell'eterna guerra tra sogno e realtà: Peter Pan e Uncino.

Un'immagine di scena da "Peter
Uncino".
Foto Bepi Caroli
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Invecchiati, rancorosi, soli, i due antagonisti rimpiangono la gioventù,
irridono i loro ricordi rincorrendo un misero sogno di potere e autorità:
essere il capo di un Paese che forse non esiste, ed è comunque
ormai sterile e morente. Peter fatica a volare, Uncino è imprigionato
col suo enorme vestito tra gli scogli dell'isola: non ci sono più
sirene né giochi di bambini, il tempo è immobile, solo
un'Ombra deformata si muove sulla scena, contrappuntando il dialogo
dei due protagonisti.
Tra paradosso, dolorosa comicità e cinismo la vicenda si srotola
verso un finale sorprendente e provocatorio: due monchi, due uncini
si uniranno per governare sul nulla. Una ben triste carriera.Così
la favola dell'utopia, del volo, del sogno dell'eterna giovinezza
si scontra con il terrore di aver consumato la propria vita tra velleitarismi
e sogni di cartapesta. Sembra arrivato il tempo di far tornare i conti,
di rendere tangibile il desiderio di raccontarsi vincitori, arrivati.
Ma la meschinità dilaga: si svendono i ricordi e gli ideali,
si rinnega la giovinezza, barattandola con un segnale di potere qualsiasi,
purché pomposo e luccicante.
"Voglio un cappello da capo!" urla Peter, svelando spudoratamente
la sua nuova natura.

Foto di scena di Bepi
Caroli
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La metamorfosi così è palese, compaiono menomazioni
e protesi adunche: la capacità di volare è scomparsa
per sempre
E' un'opera che pone, come dice lo stesso autore, "una domanda
inquietante sul senso della vita e sulla evanescanza delle speranze
giovanili... e una riflessione sulle lusinghe del Potere".
Un mito spaventoso
Peter Pan è uno dei libri più
angoscianti mai scritti. Ci voleva tutto il sadismo vittoriano (mal
dissimulato nella favola liberty) per imprigionare un bimbo nella
sua infanzia, inchiodarlo a un'eternità prepubere. Anche per
risarcire me stesso dal cupore di quella lettura, ho immaginato un
Peter ormai artritico e ingaglioffito che finalmente si ribella al
suo ergastolo, e desidera fuggire dall'isola, e dalla favola. Gli
fa da antagonista un Uncinototem che cerca in tutte le maniere di
trattenerlo, di evitare la fuga di Peter e con essa la ripartenza
del tempo e l'incubo della morte. Il finale, come ogni finale che
si rispetti, non va svelato.

David Riondino e Milva.
Foto Bepi Caroli
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Mano a mano che scrivevo, mi sono reso conto che il mito di Peter
Pan è effettivamente (proprio come scrivono gli strizzacervelli
da giornale) di paurosa attualità. L'infantilismo e il terrore
di invecchiare sono l'umore dominante della nostra società.
Non facciamo più bambini, o ne facciamo sempre di meno, soprattutto
per il terrore che ci sfrattino dal nostro eterno campogiochi. Mi
sono servito di Peter e Uncino (e spero, naturalmente, di averli serviti)
soprattutto per descrivere il rimbambimento di una società
senza bambini.
Mi resta da dire che sentire Milva cantare le mie parole musicate
da Tutino è stata, durante le prime prove, un'emozione assoluta.
E' un Uncino spettacoloso. La signora ci ha ripagato con generosità
imprevedibile dello sfregio che le abbiamo fatto calandola nei panni
di un vecchio malvagio e catarroso. PeterRiondino dovrà ricorrere
a tutta la sua esperienza per incrociare le lame con quella terribile
signora.
Michele Serra, da "La Repubblica" 13/10/01
Oggi accade che sia disagevole definire con esattezza la tipologia
di uno spettacolo, soprattutto quando quest'ultimo è composto
essenzialmente di musica.

David Riondino e Milva.
Foto Bepi Caroli
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Se poi la musica non è proprio quella che la globalizzazione
ci indica come unica, le cose si complicano ancora di più:
Opera lirica? Melologo? Musical?
La verità è che viviamo in un momento di passaggio,
nel quale i generi mutano- o cercano di farlo- per uscire dai propri
ambiti storici e perlustrare nuove possibilità; che come sempre,
presuppongono nuovi ascoltatori, e forse nuovi luoghi.
Peter Uncino è dunque una azione scenica che si svolge in compresenza
di un testo musicale e di un testo parlato. La musica narra la sua
drammaturgia, e i due personaggi dialogano la loro storia, l'uno maggiormente
parlando, l'altro per lo più cantando.
Dunque vi sono canzoni, che per forza di cose attingono il loro linguaggio
dalla tradizione della musica di consumo del secolo appena trascorso,
e vi è musica pura, che ci parla di se stessa, oltre che avvolgersi
al testo che la accompagna.
La storia, inutile riassumerla puntualmente, è quella della
fine dei sogni: quando si scopre che la realtà è più
dura di quanto si immaginasse, e dunque bisogna che ciascuno trovi
la sua maniera di farci i conti, chi cedendo del tutto allo spirito
dei tempi, chi conservando qualche rapporto con l'utopia

Milva in una foto di
Bepi Caroli
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Il nostro eroe, Peter, scopre lentamente di essere più simile
a Uncino di quanto si potesse immaginare. E forse avviene anche il
contrario, che il vecchio Capitano si addolcisca con l'età,
e sia più disponibile a considerare l'ipotesi di cedere il
passo. Una strana convergenza, dunque, che ci mostra due traiettorie
complici e opposte allo stesso tempo; e una domanda, inquietante,
sul senso della vita e sulla evanescenza delle speranze giovanili
che ad un certo punto a tutti viene posta. Nulla di consolatorio e
edificante, dunque, in questo Peter Pan.
Che è anche una riflessione sulle lusinghe del Potere, in senso
proprio e traslato: il potere sugli atri, in tutte le forme nelle
quali può manifestarsi.
Questo è più o meno il senso, la ragione di convocare
Peter Pan e il suo eterno antagonista, Capitan Uncino (che come ormai
avrete capito, non è altri che un'"doppio" di Peter:
la preda è sempre il cacciatore) su di un palcoscenico.
Facciamo spettacoli per rappresentare il mondo: per dire qualcosa
di inaudito sul nostro agire nel mondo. Nella speranza di essere ancora
ascoltati, in questo mondo dove la distanza tra il rappresentato e
la rappresentazione, la realtà e la finzione, la virtualità
e la concretezza, la vita e il sogno, la maschera e il volto, si fa
sempre più impalpabile e sottile.
Marco Tutino

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Milva in una foto
di Bepi Caroli
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Si ringrazia l'ufficio stampa del Teatro dell'Archivolto per le fotografie
e i commenti. |
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