| |
A
PROPOSITO DI...
MILVA CANTA BRECHT,
tour in Italia anno 2005,
regia di Cristina Pezzoli
| |
|
L'Unità
1 dicembre 2005
di Maria Grazia Gregori |
L’artista torna all’autore tedesco e a Weill per cantare la povertà e il pacifismo: senza nostalgia, con nuova energia
MILVA NON REGGE PIÙ L’ARROGANZA BERLUSCONIANA E CI DONA UN BEL BRECHT
Eccola. Milva la rossa è tornata e con lei ?e tornata la donna e la diva, la sua generosità e la sua bravura ancora una volta impegnate nella circumnavigazione del “continente Brecht”. Alle soglie del cinquantenario della morte del grande autore tedesco, lei guarda al maestro di sempre perché un artista ha bistogno di confrontarsi con se stesso, con il suo cammino e Brecht sicuramente rappresenta per lee un momento irrinunciabile, un’iniezione di energia pura, un modo di guardare alla realtà sempre dubitando, senza certezze assolute. Eccola, dunque, con tutta la sua passione civile, con il suo cuore progressista. E’ Milva e non potrebbe essere diversamente: già nell’entrata in scena, nella lunga falcata con cui percorre il grande palcoscenico del Teatro Strehler di Milano, c’è l’unghiata della pantera, tutta la sua storia. E’ Milva uguale ma diversa, inaspettata per certi aspetti, guidata dall’intelligente regia di Cristina Pezzoli che accentua questo risvolto, questa novità mostrandocene altri percorsi possibili anche se la sua voce, la sua strepitosa bravura nel recitarcantando, fanno parte del nostro Dna e anche di quello dei moltissimi spettatori che affollano il teatro dove sarà in scena con Milva canta Brecht fino a domenica.
Arriva vestita da ragazzo, i capelli raccolti, giacca e cravatta e scarpe piatte: è la Milva “politica” che canta la mortificazione della povertà e l’arroganza così “berlusconiana” di chi ha denaro e lo sbatte in faccia a tutti in La ballata dell’agiatezza. Che, attraverso le parole e la musica di BB, ma soprattutto di Kurt Weill e di Hans Eisler, getta uno sguardo sugli orrori di un sonno della ragione che genera mostri e che si mescola inaspettatamente alla poesia della memoria, al ricordi di un bacio, al passaggio di una nuvola nel cielo. La seconda Milva è una madre in lungo e casto camicione che, mentre scorrono su di uno schermo-sipario le immagini terribili della strage di Beslan, canta ninne nanne cercando di tenere accesa a tutti i costi la luce dell’amore della sua semplice candela. Ma è anche Maria Sanders prostituta per ebrei con i lunghi, mitici capelli rossi sciolti sulle spalle, un fiume di calore che scende in platea e riscalda i cuori. E’ la Milva pacifista contro tutte le guerre e tutti gli abusi di potere che canta l’egoismo colpevole di chi se ne frega degli altri e non vede la violenza attorno a sé. Intanto passano sullo schermo alcuni fotogrammi delle prove dell’Opera da tre soldi messa in scena da Giorgio Strehler nel 1973 di cui è stata protagonista, che ci rimandano un’immagine di provocatoria energia: non un’operazione nostalgia, semmai un ricordo di chi ha guidato l’artista al suo incontro con Brecht; un punto di partenza irrinunciabile, ma per andare avanti.
Accompagnata da Vicky Schaetzinger (piano), Bruno Paletto (fisarmonica), Federico Ulivi (chitarra), accarezzata e provocata del sax soprano di Marco Albonetti, Milva ci presenta tre volti di una stessa donna. Così nell’abito da sera, dà vita a una galleria di donne protagoniste di tanti songs indimenticabili: la Jenny dell’Opera da tre soldi; la ragazza da balera di Bilbao Song; la straordinaria canzone della giovane puttana di Eisler; Mandelay e i suoi bordelli; la donna da marciapiede di Surabaja Johnny… Scattano gli applausi, i bis, i fiori, i sorrisi,i ringraziamenti, mentre un fan di Francoforte le consegna un suo regalo. Milva è anche una donna che si batte perché le cose cambino. Chissà forse le piacerebbe, fra qualche mese, cantare per le strade quel suo antico, magnifico Ça ira. Anche noi lo speriamo.
© L'Unità
Leggi gli altri articoli su "Milva canta Brecht" |