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A PROPOSITO DI...
MARIA DE BUENOS AIRES 2003,
tour in Italia da marzo a maggio 2003
regia Roberto Innocente
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Il
Resto del Carlino
25 marzo 2003
di Sergio Garbato |
IL CORPO E LA VOCE DI MILVA
Pubblico foltissimo, come avviene solamente
per la stagione lirica e per le grandi occasioni, l'altra sera al
Teatro Comunale di Adria per Milva e "María de Buenos
Aires". E che Milva abbia tutti i crismi per essere l'interprete
d'elezione di un'opera che sfugge alle definizioni tradizionali,
per porsi come una sorta di oratorio istintivo o ballata popolare
che accompagna la storia di una donna, che è al tempo stesso
santa e puttana, femmina provocante e città fatale. Eppure
Marìa non ha il suo posto fra i versi giovanili ed cavallereschi
di Jorge Luis Borgès e neppure nelle mille seduzioni delle
pagine di Adolfo Bioy Casarès, i cantori di Buenos Aires
e dei suoi misteri, perché la loro città si rivela
alla fine troppo illusoria. A raccontare gli ardori di Marìa
e di Buenos Aires, tra le voci confuse dei contadini inurbati e
le peripezie degli immigrati appena sopraggiunti dall'Europa, dovevano
essere un poeta di Montevideo e un musicista di Mar del Plata, che
del "fervore" di questa città e della sua storia
oscura avevano invincibile sentore. Come dire Horacio Ferrer e i
suoi versi detti con la voce arrochita dal fumo e dai bruni colori
della notte ed Astor Piazzolla e il suo bandonéon per ritrovare
l'anima di una donna e di una città nel tango.
"Maria de Buenos Aires" è l'incarnazione stessa
della felicità e della sofferenza, della luce del giorno
e delle viscere della notte. Maria e il tango, Maria nei sobborghi,
Maria passione fatale che canta e che danza.
Andata in scena per la prima volta in una data fatidica, nel maggio
del 1968, ma lontano dai bagliori rivoluzionari dell'Europa, "Maria
de Buenos Aires" oscuramente annunciava le imminenti sventure
dell'Argentina, i giorni del terrore e della morte, ma anche il
ritorno alla vita dopo tanto odio e tanto sangue.
Più di trentacinque anni dopo, è il Teatro Comunale
di Adria, prima tappa di una lunga e intensa tournée, a riproporre
l'operita di Piazzolla e Ferrer, grazie ad una coproduzione che
ha messo insieme il Comune, il Conservatorio Buzzolla e l'Associazione
Bel.Teatro. Ecco, dunque, il palcoscenico trasformato in un gioco
di tele e pannelli su cui scorrono secondo un ritmo sfuggente le
immagini drammatiche dei giorni lontani dell'orrore. Su un lato
estremo del proscenio una sedia e un tavolino per il Duende, Daniel
Bonilla Torres, che parla con voce insinuante e cadenzata per esorcizzare
il ricordo, Marìa e la sua "prima morte"; dalla
parte opposta il bandoneista Gilberto Pereyra allievo di Piazzolla
e la pianista Vicky Schaetzinger con una decina di musicisti, non
un'orchestra, ma i Tangoseis, integrati dall'Ensemble del Buzzolla
per restituire il doppio livello dei ritmi e di una scrittura sapiente
nei timbri e nelle diffrazioni armoniche. Non c'è un'azione
teatrale vera e propria, ma il cantore, Josè Angel Trelles,
che evoca e suggerisce una musica dolce e sensuale, che rabbrividisce
tra le pulsioni.
Musica come memoria del tango. E c'è lei, Marìa, cioè
Milva, più in forma che mai, che ha ritrovato se stessa negli
azzardi della memoria e di un tema che va e viene nell'ombra. Milva,
vestita di bianco e di nero e di rosso, che scioglie e scuote i
suoi fulvi capelli in un incendio improvviso, che quasi sembra bruciare
quel volto pallidissimo e la bocca in cui si coagulano le parole
e il canto spiegato. Milva che danza con movimenti lievi e, si potrebbe
dire, tangheggia.
Ci sono due coppie di figuranti guidate dalla attenta regia di Roberto
Innocente, che puntano sulla stilizzazione senza mai sposarla del
tutto, per disegnare figure e personaggi e situazioni.
E ad ogni canzone e ad ogni evocazione strumentale del tango, ad
ogni ritorno del tema di Marìa con l'apparizione di Milva
e il risuonare della sua voce, scoppiano gli applausi, incontenibili
ed esaltati, con il pubblico che, alla fine non vorrebbe più
andarsene.
© Il Resto del Carlino
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