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A PROPOSITO DI...
MILVA - "EL TANGO DE ASTOR PIAZZOLLA" CON TANGOSEIS
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4.11.2001
Antonio valentini |
MILVA CANTA ASTOR PIAZZOLLA: PASSIONE E
MORTE SUI SENTIERI DEL TANGO
Ieri sera, a Ferrara, l'alchimia surreale e
impalpabile del genio di Astor Piazzolla e il mistero metamorfico
della voce di Milva si sono uniti in un'atmosfera intima e avvolgente.
Quello che è accaduto è cosa rara e altamente significativa,
in un'epoca devastata dalla violenza e minacciata da un nichilismo
sempre più invasivo, che si infiltra tra le pieghe dolenti
della storia.
Il vuoto di senso è la vera sfida del presente, la scommessa
di un'avvenire che l'universo telematico della globalizzazione culturale
rende già attuale e massificato.
L'evento teatrale, di per sé, offre una garanzia, spalancando,
a chi sappia e voglia ascoltare, ampie possibilità di rigenerazione,
di crescita e di comunicazione.
Quando la protagonista si chiama Milva il gioco si fa decisamente
più interessante e seducente, in senso etimologico.
Ascoltare Milva che canta e rivive sulla pelle le opere sublimi
di Astor Piazzolla significa immergersi in un mondo trasfigurato
e rarefatto che si sviluppa sullo sfondo della storia, dentro la
storia, ma anche, forse, oltre il divenire e le sue contraddizioni.
Questo, credo, è arte.
L'interpretazione offerta da Milva ha creato, nello spazio condensato
della rappresentazione scenica, non soltanto un'efficace quanto
complessa "illusione mimetica", ma anche e soprattutto
un'occasione irripetibile di introspezione e di riflessione.
L'immaginazione dello spettatore viene sollecitata e spinta verso
una proliferazione simbolica in cui i testi visionari di Horacio
Ferrer, di Jean-Claude Carrière, di David Mac Neill e di
Maxime Le Forestier si congiungono alla fisicità sublimata
e "allegorica" della musica di Piazzolla, tracciando una
linea di luce nell'orizzonte opaco e indifferente del nostro tempo.
Oltre le tensioni e le asprezze della vita contemporanea, l'arte
di Piazzolla, ricreata e amplificata dal talento incandescente e
ormai maturo di Milva, diventa un momento di senso, all'interno
del magma, per usare l'espressione analogica del poeta Mario Luzi.
La misteriosa sinergia che si stabilisce tra le note di Piazzolla,
l'espressionismo fantastico o ironico del testo e le raffinate modulazioni
della voce di Milva dischiude nuovi sentieri di autocoscienza, dove
il realismo della parola nasce proprio dal suo rovesciamento in
proiezione immaginativa e dove la parola, sospesa tra la corporeità
fluida di Milva e i virtuosismi dei musicisti, diventa, in sé,
evocazione e metafora.
I suoni rimbalzano e si inseguono, dilatando il tempo in un gioco
di luci e ombre dove il rosso ed il nero, in cui Stendhal riconosce
il contrasto universale tra verità e finzione, si incontrano
e si compenetrano. Milva dà voce, tono e spessore drammatico
all'idea di passione, al timore della morte, all'angoscia della
perdita, alla lacerazione dell'abbandono. La lucida follia, nella
Balada para un loco, il proiettarsi disperato e fiducioso nel futuro,
in Rinascerò, o la visione estrema e metafisica della Balada
para mi muerte diventano carne e sangue, vibrazione esistenziale,
palpito di vita. L'arte di Piazzolla si imprime nella nostra memoria
perché l'anima artistica di Milva la rielabora e la porge
con estrema compostezza e rigore a chi la ascolti.
Ciò a cui abbiamo assistito non è solo una rappresentazione
scenica di rara suggestione e intensità, ma anche un incontro
affettivo tra autore, interprete e pubblico, una interazione polivalente
tra l'attore e lo spettatore, stretti in una compartecipazione emotiva
e razionale antica ed eterna.
Davvero pochi sono capaci di realizzare tale magia: Milva, facendosi
Maria de Buenos Aires canta e incarna la solitudine, i timori e
le speranze che appartengono all'esistenza di ognuno.
Quello che Piazzolla, con la complicità e l'impegno di Milva,
crea è una realtà teatrale articolata e polifonica,
densa di rimandi culturali sotto il profilo compositivo e testuale,
ricca di sedimentazioni simboliche.
La grandezza della raffigurazione originalmente prodotta da Milva
e dal sestetto Tangoseis sta nella capacità di evidenziare
i momenti salienti e i passaggi esteticamente più interessanti
dell'opera piazzolliana, che si conferma, qui come sempre, espressione
di una condizione che è stata mirabilmente descritta dal
filosofo Jacques Derrida, in riferimento all'esperienza tragica
e decisiva della morte, simbolo di una finitezza che ci appartiene
e che, per questo, dobbiamo comprendere in ogni momento.
Derrida definiva tale situazione ontologica un attendersi ai limiti
della Verità.
Ebbene Piazzolla e Milva, ancora una volta insieme, ci hanno regalato
proprio questo: la possibilità laica eppure, in qualche modo,"religiosa"
di capire, attraverso il tango e la poesia, che della nostra finitezza
dobbiamo prendere coscienza, aprendoci all'ascolto di quel Senso
che, come Heidegger ci ha insegnato, si offre solo per negarsi,
mostrando il nesso che lega, da sempre, l'idea del fondamento e
quella, drammatica ma irrinunciabile, dell'abisso.
Per questo l'opera compiuta da Milva è già, ne siamo
convinti, un'opera d'arte in sé, il tentativo, cioé,
di costruire senso, di ridare significato alle cose e al canto,
al teatro e al mistero aurorale che lo pervade. Grazie ad Astor
Piazzolla e a Milva, per tutto questo.
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