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A PROPOSITO DI...
PETER UNCINO

    4.11.2001
di Antonio Valentini

L'UTOPIA DI UN'ISOLA CHE GIA' ESISTE...

"Non andare lontano, bambino, tutto quello che cerchi è vicino": questo è il monito, insieme ironico e severo, contenuto nell'originalissimo melologo scritto da Michele Serra e tradotto in folgorante intuizione musicale da Marco Tutino, raffinato protagonista della nuova musica colta italiana.
"Peter Uncino" ci spinge oltre il mito dell'eterna giovinezza di Peter Pan. La rielaborazione di questo mito, la nuova e stimolante configurazione che il "racconto" assume, appare sintonizzata perfettamente con una stagione culturale e artistica che, in forme differenziate ma spesso convergenti, in questi ultimi anni, ha colto lo stesso tema, la stessa dimensione teorica. Penso, ad esempio, all'ultimo capolavoro di Fabrizio De André, "Anime Salve", ma anche all'ultima creazione di Juliette Gréco "Un jour d'été et quelques nuits", con i testi dello sceneggiatore Jean-Claude Carrière.
La necessità di accettare il limite: questo è il concetto centrale che l'opera di Michele Serra e di Marco Tutino definisce e sviluppa, con rigore analitico e grande intuizione psicologica.
"Non andare lontano, bambino!": perché non è necessario andare lontano? Perché bisogna comprimere in noi quello slancio innato che, in fondo, ci rende autentici e vitali? In realtà, non è questo il messaggio "filosofico" e direi anche culturale che gli autori intendono trasmetterci.
La rappresentazione proposta ci porta, infatti, con freschezza espressiva e senza inutili orpelli retorici, sui sentieri aspri ma irrinunciabili della meditazione esistenziale.
La "finzione scenica", incarnata brillantemente da Milva e da Davide Riondino, ci invita ad una riflessione attenta sul senso profondo che possiamo "dare" o, anche, negare alla nostra esperienza, al divenire che ognuno di noi, nella mobilità tortuosa delle proprie scelte e dei propri dissidi interiori, rappresenta e disegna.
"L'isola che non c'è è la metafora di una realtà interiore, di un' "odissea della coscienza" che ogni uomo, misteriosamente, esprime, nel suo sforzo quotidiano di rendere "leggibile" il mondo. E, nella solitudine dell'isola, la coscienza di Peter Pan, reduplicata "per contrasto" da quella di Uncino, è costretta ad affrontare un processo di auto-rivelazione e di auto-comprensione dialettica.
Peter Pan e Capitan Uncino, ormai condannati ad un conflitto devastante e sempre uguale a se stesso, "si" scoprono e ritrovano, cosi', un "dialogo", un confronto intersoggettivo, ma ad un livello di consapevolezza di volta in volta superiore e diverso.
Attraverso una serie incalzante di rovesciamenti e di "inversioni di ruolo", il dialogo-tortura induce i due protagonisti a prendere coscienza della propria identità dissociata, e, soprattutto, della affinità originaria e insuperabile che li unisce e che li rende, in ultima analisi, complementari. La fantastica e immaginaria "isola che non c'è", proiezione eterna di sogni e di desideri, si capovolge e si ribalta in una "utopia" concretissima e terrena: un' "isola che c'è", l'isola del nostro esistere, della nostra ingiustificabile e incomprensibile fragilità.
Essere giovani in eterno non è, infatti, un privilegio o un dono del cielo, ma, una condanna tragica. Conservare la fanciullezza al di là del tempo vuol dire restare immobili e incapaci di proiettarsi nell'avvenire: l'eterno fanciullo non può avere figli, poiché la paternità è simbolo di "continuità" nel tempo e a Peter Pan il tempo è stato irrimediabilmente sottratto.
Il tema della finitezza, dunque: l'unica, precaria e infondata realtà che ci sia concessa, una esistenza lacerata, certo, e deformata, persino. Una vita inessenziale, simulata e opaca, una dissonanza e nient'altro, dove ci sono maschere in casa di ognuno per sentirsi qualcuno, ma anche elegantissimi portamonete per fare cultura, come canta Milva, nella splendida "sintesi" finale. Eppure solo qui, ora, in questa condizione di smarrimento e di solitudine, è possibile trovare un "senso", un significato che tolga il dolore, in una paradossale quanto "tragica" redenzione. Una salvezza, quella evidenziata dall'autore e interpretata magistralmente da Milva, che, come accade nell'opera di Dostoevskij o di Kafka, mantiene il peso indicibile della sofferenza (la nostra sofferenza), conservandola nella memoria.
La salvezza coincide, insomma, con la capacità di "non andare lontano", ma, al contrario, di rimanere radicati, con saggezza ed equilibrio, alla complessità multiforme della "vita vivente", dove i bambini restano tali e dove Peter Pan è un oltraggio alla vita, un "bambino vecchio", come Uncino non esita a ricordargli. Un bambino infelice, quindi. Solo l'aderenza (critica, certo) alle cose e alla densità inafferrabile della nostra "finitezza" ci permette di capire fino in fondo noi stessi, questo è il fulcro della "ricognizione" psicologica e filosofica compiuta dall'autore, con la complicità degli interpreti e, soprattutto, di una Milva straordinariamente matura e consapevole di sé. La colpa originaria ("ontologica"!) di Peter Pan consiste nella sospensione del tempo, nella pretesa, in fondo arrogante, di "mettere tra parentesi" il flusso della vita, conquistando una "eterna giovinezza", una "condizione di perennità" che appartiene solo "agli Dei" e che, per questo, ci rende mostruosi, finti, inconsistenti. La situazione psicologica di Peter, evidenziata e amplificata drammaticamente dalla presenza costante di Capitan Uncino, esprime un delirio schizofrenico, il tentativo, di per sé fallimentare e vano, di eludere nel sogno la nostra temporalità altrimenti in-eliminabile. Credo che sia questo il vero nucleo della raffigurazione, il significato fondamentale e indispensabile che prorompe, con impeto e lungimiranza, dalle parole e che la ricerca melodico-compositiva non si limita a sottolineare passivamente. La costruzione musicale, infatti, carica del bagaglio estetico tradizionale, e filtrata con stupefacente capacità di adesione e di immedesimazione vocale da Milva, riflette le contraddizioni labirintiche e le zone d'ombra del testo, dicendo "se stessa", secondo la preziosa lezione di Wittgenstein.
In questa misteriosa e decisiva interazione tra testo, musica e coreografia scenica, si consuma l'assalto di Peter Pan "al limite", la collisione tragica con Capitan Uncino, incarnazione plastica del Potere, simbolo terribile di una crudeltà di cui siamo intessuti e che riaffiora nella stessa coscienza di Peter. Il melologo confonde le posizioni dei due protagonisti, facendole ruotare in un movimento oscillante che non ammette soste, in un'alternanza di contrazione e dilatazione, di "avvicinamento reciproco" e di "sprofondamento in sé". Il monologo si converte, allora, in dialogo, la coerenza logica manifesta le sue zone d'ombra, le certezze dileguano, l'identità diventa "estraneità", proprio come accade nella "dialettica servo-padrone", come ce la descrive, in modo irripetibile e geniale, Hegel, nella Fenomenologia dello Spirito. Peter è il servo, ma, a poco a poco, capisce di essere padrone di sé stesso e, dunque, capace di ribaltare la gerarchia di potere e la sua dipendenza da Uncino, che, a sua volta, mostra la debolezza del suo ruolo. La presa del cappello diventa la metafora di questo scontro dialettico che cresce su se stesso, fino al paradosso della soluzione finale. "Peter Uncino" si rivela, così, una sapiente articolazione tematica e drammaturgica, che fonde e rielabora acutamente motivi classici e archetipi "brechtiani", assimilando le strutture tipiche del teatro novecentesco, dal teatro dell'assurdo di Beckett, al teatro della crudeltà di Artaud, sulle orme di Sartre e delle sue infrangibili "porte chiuse". Rileggendo il mito di Peter Pan e immaginandone "lo sviluppo", gli autori e gli interpreti ne sublimano il valore in una rappresentazione "globale", dotata di respiro universale e di oggettiva validità estetica.
In un'epoca in cui "sperimentalismo" significa troppo spesso vuoto inventivo e sterilità di pensiero, "Peter Uncino" ci offre non solo un momento davvero convincente di creatività "inter-disciplinare", ma anche qualcosa di più: una speranza, un segnale importante di ripresa e di risveglio espressivo.
Il Peter Pan che ogni individuo coltiva nell'intimità del suo cuore deve, al limite delle sue possibilità, riconciliarsi con il Capitan Uncino che si porta dentro da sempre, accettando quella condivisione che può aprirci al dialogo e ad una forma più vera e autentica di comunicazione e di partecipazione. Forse è proprio questa la via che ci può condurre verso una sostanziale e non più vuota "solidarietà".

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