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A PROPOSITO DI...
PETER UNCINO

    di Silvana Zanovello

Suoni, canti, immagini e le parole di Michele Serra nella messinscena dell'Archivolto firmata Gallione, Giovanna Buzzi e Tutino
SOGNANDO CON PETER UNCINO
Nella partita a due, splendida prova di Milva e Riondino

Come riconciliare con Peter Pan tutti quelli che, sfogliando il libro di Barnie, pensano che nelle vene gli scorra soltanto tè. O che lo considerano un elfo frigido, da cartoni animati.
Il "Peter Uncino" che Michele Serra ha riscritto per le musiche di Marco Tutino, e che il teatro dell'Archivolto ha prodotto con l'Arena di Verona, mette in scena un poetico e struggente piccolo Amleto, un Prospero pronto a confrontarsi con i propri sogni (e con il potere), nell'isola che non c'è. La favola vittoriana diventa modernissima senza azzardare aggiornamenti improbabili. Sembra sciacquare i suoi panni stilistici nel Tamigi di Shakespeare, e subito parla alla testa e al cuore.
Uncino (una generosissima Milva, cantante cupa e potente e grande interprete) sta arroccato su una montagna in cima all'Isola, la copre con il suo manto scarlatto, la sovrasta con il suo cappellaccio piumato. Pirata in disarmo, è ben deciso a tenere il comando e sempre pronto a sorridere (per crudeltà o saggezza?) quando Peter tenta di volare. E Peter, un Davide Riondino capace di stare di fronte al mito con la sapienza misurata e perfetta dello chansonnier, comincia a chiedersi se, di volare, valga poi la pena. Se sia il caso di scappar via da quel lembo di terra senza tempo per ritornare non si sa dove, non si sa verso che cosa. Tra gli uccelli dell'isola, impagliati ed immobili, Riccardo Maranzana si aggira come fool piumato, e infernale: quasi un presagio della svolta finale che la parabola avrà. Nel duello che dovrà chiudere la sua eterna partita con Uncino, Peter, bambino mai cresciuto e vecchio ragazzo si accorge che barattare il suo buffo cappello con quello del vecchio pirata, sedersi accanto a lui e guardare l'isola dall'alto, ormai gli interessa più che librarsi nell'aria.
Lo spettacolo dura un'ora e mezzo e va via tutto d'un fiato: come un'emozione ininterrotta, tra dialoghi e song. Per dare l'idea dell'immobilità dell'assenza del tempo, della sospensione di tutto, certi spettacoli imporrebbero agli spettatori visioni squallide e penitenziali. Qui, invece, il regista Giorgio Gallione e la costumista Giovanna Buzzi lasciano alla platea il gusto di sognare: tra le pieghe del grande manto di Uncino che è un monte infernale ma anche un "posto delle fragole", tra le maglie della rete che, a un certo punto imprigiona Peter in und galassia di scaglie, o di stelle di latta.
Le musiche di Marco Tutino sono eseguite dal vivo, sul palco, dall'Ensemble Tangoseis (Gilberto Pereyra bandoneon, Mauro Rossi violino, Vicky Schaetzinger pianoforte, Mauro De Federicis chitarra, Franco Finocchiaro contrabbasso e basso elettrico, Ferdinando Faraò percussioni). Ascoltandole, si può capire perché Milva ne sia stata entusiasta dal primo impatto. Non sono né facili né orecchiabili, ma parlano.
E lasciano alle parole tutta la loro forza, tutta la loro poetica dignità. Finalmente anche un bel testo, in una pièce teatro che non punta esclusivamente sul dialogo, che ha tanti punti di forza nelle note, nel canto, nelle immagini: ce n'è tanto bisogno in un teatro che, per arrivare ai giovani non può ridursi all'afasia, ma deve proporre tutta la sua ricchezza.
Generosissima l'artista, cantante cupa e potente, grande interprete.
Misurato e sapiente Riondino, anche come chansonnier.

Foto 1: Milva-Uncino arroccata sulla montagna in cima all'Isola
Foto 2: Riccardo Maranzana, fool piumato e infernale, e David Riondino-Peter


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