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A PROPOSITO DI...
PETER UNCINO
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La
Stampa
31.01.2003
di Nicla Oldoini
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MA SE PETER PAN NON SI DECIDE A CRESCERE,
CAPITAN UNCINO GLI RUBA IL RUOLO DI PROTAGONISTA
Ironia, invettiva contemporaneità,
sete di potere e vecchiaia.
Un dialogo concertante ben fatto fra prosa e canzone. Per sparlare
dattualità attraverso la fiaba.

Milva, un rosso Capitan
Uncino impeccabile nel canto e David Riondino, menestrello
di satira e politica. (Foto di Bepi Caroli)
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Milano - E' forse uno degli spettacoli
meno definibili della stagione. Un po' melologo, un po'
teatro canzone, un po' spettacolo di cabaret, un po' commedia
condita con molta satira, ma anche fonte di divertimento e riflessone,
il "Peter Uncino" prende dai suoi protagonisti il meglio
della contraddizione artistica.
Di Michele Serra, autore dei testi, c'è l'ambizione
della contemporaneità: i suoi dialoghi, affidati in gran parte
al menestrello Peter Pan Riondino (bravissimo nei panni del bambino
senza speranze) vibrano allo schiocco della politica, alla riflessione
sulla sete di potere dei giorni nostri. Del maestro Marco Tutino
c'è la grazia della musica (bravissima l'orchestra
dal vivo sul palco), capace di accompagnare, con un arcobaleno di
note che dal jazz risalgono nel classico, le corde vocali di una
Milva in grande spolvero.
Di Milva c'è poi la rossa chioma, la presenza scenica
della grande diva che, seppur in abiti maschili con tanto di baffi
e cappellone, riesce a catturare l'attenzione.
Uno spettacolo ben orchestrato dalla regia di Giorgio Gallione,
che mette alla berlina un Peter Pan vecchio e invidioso ed un Capitan
Uncino biscazziere e catarroso per ferire con un colpo di fioretto
il peggio dell'umana viltà: dalla voglia di potere alla
fame di successo. Una fiaba per adulti, sconsigliata ai piccini
sognatori.
© La Stampa
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